Il Codice Fiorentino, l’universo azteca spiegato all’Europa

A giocare un ruolo chiave nella conoscenza moderna dei popoli mesoamericani sono stati i missionari cristiani. Gruppi di frati Francescani e Domenicani, infatti, furono inviati in Messico con il compito di convertire gli Indigeni alla religione cattolica. In particolare si voleva combattere l’idolatria che teneva legata la popolazione locale alle proprie tradizioni religiose e per questo motivo si avviò un’impresa conoscitiva del mondo indigeno, al fine di riuscire meglio nella missione.

Una delle figure più importanti per la conoscenza moderna del mondo nahua è Bernardino de Sahagún, che operò nell’ambito del Colegio de la Santa Cruz di Tlatelolco, fondato nel 1536 da Juan de Zumárraga. Dal 1547 egli si dedicò alla raccolta sistematica di materiale sul mondo indigeno e, formando un gruppo di lavoro trilingue–náhuatl, spagnolo e latino– iniziò a mettere insieme i cosiddetti Huehuetlatolli (“parola antica”), ovvero discorsi sapienziali in náhuatl ottenuti interrogando gli anziani.

I materiali raccolti furono organizzati in una prima opera, i Primeros Memoriales, suddivisi in cinque sezioni, che rappresentano una transizione (insieme ad altre opere quali i Segundos Memoriales e i Memoriales en Tres Columnas) prima di giungere all’opera definitiva.

Pagina dei Primeros Memoriales: da una parte si trova una colonna con le immagini, dall’altra il testo descrittivo in náhuatl.

Sahagún compì indagini anche in altre città, spostandosi e continuando a riordinare tutto ciò che veniva raccolto, pianificando un’opera in dodici libri.

Nel 1570 tutti gli scritti vennero requisiti da Filippo II e dispersi nelle varie province, cosa che portò il frate a scrivere un compendio del proprio lavoro precedente, successivamente inviato al Papa Pio V e oggi ancora conservato presso l’Archivio Segreto Vaticano.  Cinque anni dopo Sahagún riuscì a recuperare i manoscritti perduti e nel 1576 iniziò a dedicarsi alla versione definitiva della Historia Universal de las cosas de Nueva España, conosciuta anche con il nome di Codice Fiorentino.

L’opera suddivisa in dodici libri, redatta in spagnolo e náhuatl, descrive l’universo Mexica, utilizzando come struttura di supporto quella dell’Enciclopedia medievale.

Sahagún conserva un atteggiamento distaccato e imparziale, limitando il proprio intervento ai prologhi che precedono ogni capitolo, dove cerca di mettere in atto una vera e propria interpretazione culturale del mondo indigeno per il mondo europeo.

Pagina del Codice Fiorentino. Si può notare la struttura utilizzata: le immagini con al di sotto il testo in spagnolo e a lato una colonna di testo in náhuatl.

Proprio l’enorme mole di informazioni dettagliate sul mondo nahua preispanico fu la causa che portò l’opera di Sahagún ad essere confiscata e mai pubblicata, vista l’opposizione da parte della Corona spagnola, così come di alcuni gruppi di Francescani, alla raccolta e conservazione di dati sul mondo indigeno.

La copia oggi conservata presso la Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze è giunta fino a noi perché affidata da Sahagún al confratello Rodrigo de Sequera e sarebbe arrivata qui durante il granducato di Francesco I de Medici. La famiglia Medici, infatti, si distinse per l’intenso collezionismo di opere d’arte dal Messico e altri luoghi del Nuovo Mondo, di cui buona parte attualmente si trova ancora nei musei italiani.


Grazie al lavoro di Sahagún abbiamo molte informazioni anche sui governanti Mexica. In questo dettaglio dai Primeros Memoriales vediamo la rappresentazione dell’imperatore Itzcoatl (“serpente di ossidiana”), caratterizzata dagli elementi di regalità: la stuoia, il mantello xiuhtlalpilli e la corona di turchese, la xiuhitzolli. Il testo in
náhuatl a lato descrive l’immagine codificando ogni elemento.

Nonostante le tecniche di indagine messe in atto da Sahagún, moderne per il periodo storico e funzionali alla raccolta di un’importante mole di dati per l’odierna conoscenza del mondo precoloniale, è necessario tenere in considerazione che il fine ultimo del frate era quello di estirpare la religione e la cultura indigena che descriveva, non quello di preservarla. Si tratta, quindi, di una visione d’insieme influenzata dal punto di vista occidentale e di un testo ibrido che, pur di estrema utilità per lo studio delle civiltà preispaniche, riflette perfettamente la situazione del Messico coloniale.

Pubblicato da Francesca Scarioli

Mi chiamo Francesca e sono un’archeologa specializzata in arte azteca presso l’Università di Bologna. Alas Para Volar è la mia casa, dove condivido con il mondo la mia passione per la cultura messicana, nell’intento di poterla diffondere soprattutto in Italia, dove spesso poco si conosce di questo meraviglioso paese.

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