Mexica, maestri dell’arte plumaria.

Quando parliamo di arte azteca –o più correttamente mexica– uno degli aspetti più pregevoli su cui non è possibile non soffermarsi è l’arte plumario, ovvero la tecnica che permetteva, attraverso la lavorazione e utilizzo delle piume di creare oggetti di splendida fattura. Nel mondo mexica la produzione di beni suntuari, destinati cioè ad uso e consumo unicamente dell’élite, era affidata ad artigiani specializzati dipendenti da un membro della nobiltà o dallo stato.

Chimalli (scudo) in piume con il simbolo dell’imperatore Ahuizotl. Weltmuseum Vienna.

Spesso questi artigiani si riunivano in specifici calpultin, quartieri della città, adibiti ad un’attività artistica a cui si dedicava l’intera famiglia, mentre il mestiere veniva tramandato di padre in figlio. Ed è il caso anche degli amantecas (lingua nahuatl: amantecatl), ovvero coloro che si dedicavano all’arte plumario.

Amanteca ritratto in una tavola del Codice Fiorentino.

A fornire la materia prima per questi capolavori era il quetzal, volatile parte della famiglia dei trogonidi, che abita esclusivamente il sud est del Messico e gli altipiani del Guatemala. Il corpo di questi animali è caratterizzato, infatti, da un colore iridescente che grazie alla rifrazione della luce può variare dal blu al verde smeraldo con riflessi dorati.

Hijo mío, joya mía, mi rico plumaje de quetzal…

La sua coda multicolore può arrivare a circa 90 cm di lunghezza, per un corpo che raggiunge a malapena i 35 cm ed è proprio da essa che venivano estratte le piume, applicate ad una vasta produzione di manufatti. Il quetzal non era sacrificato per raccogliere le piume necessarie agli artigiani ma si catturava da vivo e in seguito reimmesso in libertà, cosicché potesse recuperare il piumaggio. Questo volatile era, infatti, considerato sacro e per chiunque gli avesse fatto del male era prevista la pena di morte.

A partire dal 1519, in seguito alla conquista da parte degli Spagnoli, Hernan Cortés, iniziò ad inviare diversi carichi di doni alla corte spagnola, al Papa e a funzionari in altri territori coloniali spagnoli, con l’intento di progettare un nuovo spazio commerciale e politico globale. Molti di questi oggetti comprendevano manufatti composti da piume e purtroppo pochissimi sono giunti fino a noi. Fra questi uno dei più famosi è il Penacho de Moctezuma, copricapo realizzato in piume di quetzal oggi conservato presso il Weltmuseum di Vienna.

Penacho di Moctezuma,copricapo in piume di quetzal conservato al Weltmuseum di Vienna.

Di recente questo reperto è tornato a far parlare di sé. Beatriz Gutiérrez Müller, moglie del presidente del Messico López Obrador, pare, infatti, voler impegnarsi strenuamente nella richiesta di rientro al Paese del famoso copricapo. L’obiettivo: esporlo, insieme ad altri reperti recuperati, in occasione di due anniversari che vanno a coincidere nel 2021, quello dell’indipendenza del Messico (1821) e il quinto centenario della caduta di Tenochtitlán (1521). La polemica è piuttosto accesa; il presidente da una parte accusa l’Austria di essersi indebitamente appropriata del reperto, dall’altra riporta l’attenzione sulle polemiche relative al giorno celebrato come anniversario della scoperta dell’America da parte di Colombo, chiedendo a Papa Francesco le pubbliche scuse per gli abusi seguiti all’arrivo degli Europei in Messico. I tecnici dell’INAH che hanno restaurato il famoso penacho, nel frattempo, escludono però la possibilità di conservazione del reperto in caso di spostamento, qualunque sia il mezzo di trasporto, in quanto la minima oscillazione potrebbe causare danni permanenti all’oggetto. La missione sembra, quindi, impossibile ma il copricapo pare non essere l’unica richiesta di rientro. Nel mirino ci sarebbe anche l’Italia, che custodisce a Firenze il Codice fiorentino, manoscritto redatto da Bernardino de Sahagún, principale fonte di informazione sull’organizzazione sociale, politica e religiosa dei Méxica.

Il penacho, è solo uno dei tantissimi oggetti giunti in Europa, inviati al Vecchio Continente non solo dai Conquistadores ma anche dai missionari che erano impegnati nell’opera di evangelizzazione degli Indigeni. Nonostante moltissimi manufatti siano andati perduti per sempre, per fortuna i reperti superstiti, oggi esposti in molti musei italiani ed europei, possono ancora raccontare tanto della cultura preispanica del Messico e permetterci di ammirare opere di incredibile bellezza.

Pubblicato da Francesca Scarioli

Mi chiamo Francesca e sono un’archeologa specializzata in arte azteca presso l’Università di Bologna. Alas Para Volar è la mia casa, dove condivido con il mondo la mia passione per la cultura messicana, nell’intento di poterla diffondere soprattutto in Italia, dove spesso poco si conosce di questo meraviglioso paese.

2 pensieri riguardo “Mexica, maestri dell’arte plumaria.

    1. Grazie a te per aver dedicato del tempo a leggere il mio post! Sui social del
      Blog puoi trovare anche altro se ti fa piacere passare a dare un’occhiata! 😊

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