Mujeres Valientes: Frida Kahlo e Maria Callas

É vero, questo post ha molto le sembianze di un “off topic” ma se Frida Kahlo con la sua storia e la sua produzione artistica in tante occasioni riesce a suscitare in noi emozioni profonde, ciò accade perché l’arte stessa è capace di manifestarsi sotto molteplici forme, che permettono agli artisti, qualunque sia la loro sfera di azione, di esprimere la propria interiorità. Che si tratti di pittura o di canto, a fare la differenza è la capacità di trasmettere qualcosa allo spettatore. Per questo motivo vorrei mettere a confronto due figure apparentemente così antitetiche ma con moltissimi aspetti in comune. 

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Frida Kahlo e Maria Callas. Molto lontane nel tempo e nello spazio; basti pensare che mentre Frida e Diego si accingevano a partire per gli Stati Uniti, in un momento che sarà per la pittrice messicana artisticamente di grande rilievo, Maria era solo una bambina, figlia di greci emigrati a New York, dove frequentava la scuola americana, vivendo in un piccolo appartamento nel West End di Manhattan. Il sogno di diventare una grande cantante ancora nel cassetto. Cecilia Sofia Anna Maria Kalogeropulos (questo il cognome della cantante poi modificato in Callas a favore di una maggiore comprensione in America) nasce da Georges, farmacista greco, ed Evangelia Dimitriadu proprio a New York. Qui muove i primi passi come giovane artista, partecipando a concorsi locali e prendendo lezioni di pianoforte, fino a quando, in seguito alla separazione dei genitori la madre porta con sé Maria e la sorella maggiore ad Atene, dove la ragazza avrà modo di studiare presso il Conservatorio della città con insegnanti del calibro di Elvira de Hidalgo. In Grecia costruisce la propria formazione e consegue i primi successi debuttando con l’Opera di Atene nella Tosca di Puccini e in numerose altre produzioni ma vive anche le difficoltà e le sofferenze della guerra, in una Atene devastata dalla povertà e dalla fame. Tornata negli Stati Uniti e riunitasi al padre, la sua carriera sembra non riuscire a decollare finché l’amico tenore Rossi Lemeni non la presenta al Direttore Artistico dell’Arena di Verona, che affiderà a Maria il ruolo di protagonista de La Gioconda nell’imminente stagione teatrale veronese, innescando una catena ininterrotta di successi. In Italia la vita di Maria cambia completamente: si lega all’industriale Battista Meneghini, che diventa non solo un marito ma un manager a tempo pieno e, contratto dopo contratto, si afferma come la grande soprano che tutti conoscono, solcando i palcoscenici più famosi in Europa e nel mondo con il soprannome di “Divina”, attribuitole per la sua splendida voce, insieme alla grazia e alla potenza espressiva che la contraddistinsero sempre.

A fornire un punto di incontro è dapprima la sensibilità artistica di queste due donne, al pari di quella emotiva. Le grandi storie d’amore tormentate con uomini incapaci di fedeltà,  quali Diego Rivera e Aristotele Onassis,  come della maternità negata (Maria Callas perse un figlio avuto da Onassis, il piccolo Omero, poche ore dopo la sua nascita a causa di difficoltà respiratorie) e la fragilità emotiva derivante da una vita segnata da tante tristi circostanze.

 

Questi aspetti si scontrano però con l’incredibile forza interiore di due giovani donne, che reagiscono a tali sofferenze erigendo l’arte a principale veicolo di espressione delle proprie emozioni; ma non solo, del senso di appartenenza alla propria comunità, simbolo di Messicanità Frida con il suo abito tehuana e considerata la donna greca per eccellenza nel caso di Maria. Con dedizione e sacrificio costruiscono la propria immagine, che sia dipingendo sé stessa operando una sorta di autoanalisi interiore o perdendo più di trenta chili per meglio interpretare gli eterei personaggi consacrati dal mondo dell’Opera. Si tratta di donne che non subiscono con passività gli eventi dolorosi della propria vita ma che lottano strenuamente con tutte le loro forze.

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Maria durante la conferenza stampa organizzata dopo l’abbandono della scena nella Norma al Teatro dell’Opera di Roma, 1958.

Quando i gravi danni subiti dopo l’incidente sembrano non lasciare speranze di ripresa Frida torna invece a camminare e a fare della pittura non solo un punto di forza ma un mestiere. O quando, dopo la prima della Norma del 1958 al teatro dell’Opera di Roma, Maria è costretta ad interrompere la rappresentazione dopo la fine del primo atto per problemi di salute, nonostante i fischi e gli insulti, si difenderà eroicamente durante una conferenza stampa appositamente organizzata.

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Frida dipinge in trazione.

L’arte le ha rese immortali e il tempo le ha elevate ad icone, di stile, di forza, di femminilità. Su di loro si staglia un alone di leggenda quasi di magia e agli occhi del pubblico acquisiscono uno status di “idolo” delle masse. Eppure quando si parla di donne di tale calibro, sfugge come in realtà ci si trovi di fronte a personaggi così incredibilmente umani, nella cui storia è possibile rivivere un’intera gamma di emozioni: dalla grande fragilità all’amore appassionato, la rabbia, l’orgoglio, l’inquietudine. La stessa Callas affermava: “[Degli idoli] Ne avete bisogno ma li distruggete molto facilmente. Quando create un idolo, nel momento in cui accade che si senta fragile o che attraversi una situazione difficile e ha bisogno d’aiuto, è quello il momento in cui è rovinato. […] Ma io non sono un’idolo, sono umana. Non sono perfetta.” Proprio per questo motivo, altrettanto umanamente, venire in contatto con tali personalità ci porta ad operare un automonitoraggio interiore per arrivare, attraverso lo loro sofferenze, a comprendere meglio le nostre, rivalutando le esperienze della nostra vita e riscoprendo un mondo interiore che si credeva di avere perso.

La chiave di lettura che si vuole dare a tale confronto, pertanto, non è quindi da ricercarsi unicamente nel vissuto personale ma anche nella capacità di dare luogo in noi ad un moto di consapevolezza, di indagine interiore e riscoperta di noi stessi attraverso l’arte, non solo in qualità di artista ma soprattutto e prima di ogni altra cosa, di essere umano.

La capacità di creare empatia con il pubblico ha fatto si, quindi, che queste grandi donne detengano la prerogativa di essere loro stesse autrici del proprio ingresso nel mito.

Non sono un angelo e non pretendo di esserlo, ma non sono nemmeno il diavolo. Sono una DONNA e un’ ARTISTA molto seria e come tale vorrei essere giudicata.

-Maria Callas

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