Frida Kahlo e il recupero del passato precolombiano

Uno degli elementi fondamentali che distinguono l’arte di Frida Kahlo da tutti gli altri artisti del suo tempo è senza dubbio il rapporto molto stretto con le proprie radici e la tradizione. Quella Mexicanidad che non è solo senso di appartenenza al proprio paese d’origine ma più di ogni altra cosa l’espressione di una forte identità culturale. Tale fenomeno era, infatti, alla base del Nazionalismo Messicano, che alimentava i propri ideali con una ripresa del passato indigeno che influenzava in maniera massiccia anche il mondo dell’arte, con una particolare attenzione per il passato precolombiano.

Anche Frida fa suo questo recupero, fino a renderlo uno dei tratti essenziali della propria arte avvalendosene però su diversi livelli di importanza; a sostegno del concetto alla base dell’opera e più di ogni altra cosa come trasfigurazione dell’oggetto, che non è più solo la rappresentazione di sé stesso ma mezzo di espressione dello stato d’animo dell’artista. Gli “idoli”, come lei stessa li definisce, presenti fisicamente nella sua quotidianità grazie alla passione di Diego per il collezionismo di reperti precolombiani e la forte influenza del marito che da voce a questi valori nei suoi murales, fanno si che molteplici siano le tele in cui la pittrice immortala il passato della sua Terra, evidenziandolo come proprio e sostanziale substrato culturale. 

 In questo post vogliamo riassumere tale concetto con pochi ma fondamentali esempi:

-Autoritratto al confine tra Stati Uniti e Messico (1932)

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In quest’opera che Frida realizza durante la permanenza dei coniugi Rivera negli Stati Uniti, utilizza la propria figura per dividere il dipinto in due sezioni; a sinistra la rappresentazione del Messico attraverso le rovine di un tempio preispanico e a destra una rappresentazione degli USA attraverso il complesso industriale Ford, alle cui spalle si staglia l’affollato skyline di Detroit.  La scelta nella raffigurazione di statuette fittili precolombiane tuttavia, non è stata effettuata in maniera casuale. Una  di colore più chiaro mette in mostra i genitali e una più scura  tiene tra le braccia un bambino senza testa: Frida come la ragazza di giovane età, quindi, e al contempo come la donna che ha appena perso il suo bambino. Durante la permanenza negli Stati Uniti, infatti, l’artista aveva subito un aborto spontaneo, evento che la segnò per tutta la vita.

-La mia balia ed io (1937)

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Con la mia balia e io si da nuovamente spazio alle radici indigene. La pittrice si rappresenta con il volto da adulta poggiato sul corpo di una bambina, vestita con un abito candido e finemente decorato in pizzo, in braccio ad una nutrice india. A causa della nascita della sorella Cristina a distanza di 11 mesi dalla sua la madre non poté occuparsi dell’allattamento, compito per il quale venne assunta una balia.  La nutrice non culla la bambina, né la stringe a sé ma si limita unicamente all’attività dell’allattamento. La maschera in stile teotihuacan posta sul viso della balia riporta un’espressione enigmatica, ferma nel tempo e nello spazio così come la scena in cui è inserita. La maggior parte delle interpretazioni della critica sottolinea il difficile rapporto con la madre che la pittrice avrebbe voluto rimarcare in quest’opera ma è certo che, pur con una diversa chiave di lettura, il passato precolombiano del Messico costituisce un fertile sostrato anche in questo caso. Nel mondo preispanico, infatti, il concetto di dualità è fortemente presente e in particolare nel processo di sdoppiamento dell’Io che può essere riconosciuto nel nahualli, una sorta di doppio, spesso in forma animale, che condivideva la stessa essenza della persona cui apparteneva.

-Quattro abitanti del Messico (1938)

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Tre figure riempiono una piazza vuota: un enorme Judas di carta pesta, la rappresentazione di una figura femminile incinta in una statuetta delle culture dell’Occidente del Messico e una grande scheletro; sullo sfondo anche un uomo a cavallo di un asino, probabile rappresentazione di Pancho Villa, leader della rivoluzione messicana degli anni 1910-20. Tutti proiettano la propria ombra sulla strada, l’unico mezzo che li collega alla bambina seduta a terra, in cui molti critici hanno voluto vedere l’autoritratto di Frida a quattro anni. La figura in terracotta presenta i piedi danneggiati e la testa, prima rotta, è stata poi riparata. Questa soluzione potrebbe alludere al precario stato di salute dell’artista, unitamente al desiderio di maternità insoddisfatto. In senso più ampio però la bambina che osserva con stupore questi giganti, che di lei sembrano non accorgersi minimamente, sarebbe null’altro che la metafora del legame dell’artista con la cultura e la tradizione messicana.

Queste brevi disamine mostrano, in breve, solo tre esempi esplicativi di innumerevoli occasioni in cui la pittrice attinge al passato precolombiano per descrivere la propria condizione emotiva e il proprio vissuto. Figlia del suo tempo e intensamente condizionata dagli ideali nazionalisti che vedono nel recupero della storia e della tradizione indigena la rinascita di una identità culturale messicana, Frida riesce comunque a rielaborare in maniera del tutto personale il rapporto con la storia del suo paese d’origine, plasmando il suo stile in una forma unica per il mondo dell’arte.

Pubblicato da Francesca Scarioli

Mi chiamo Francesca e sono un’archeologa specializzata in arte azteca presso l’Università di Bologna. Alas Para Volar è la mia casa, dove condivido con il mondo la mia passione per la cultura messicana, nell’intento di poterla diffondere soprattutto in Italia, dove spesso poco si conosce di questo meraviglioso paese.

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