Frida…passione selfie! :D

Frida affermava: «Pinto mi misma porque soy a quien mejor conozco» e lasciando in eredità ai posteri un’incredibile quantità di autoritratti ha riscritto le pagine della storia dell’arte mondiale.

Se volessimo, tuttavia, considerare la sua arte da una prospettiva moderna, giovanile ma soprattutto altamente social potremmo benissimo definirla…perché no…una pioniera del selfie!  😀  Questo concetto non è passato inosservato ai nostri contemporanei. La stessa compagnia sudcoreana Samsung, per esempio, ha puntato su tale aspetto per la nuova campagna pubblicitaria atta a promuovere un nuovo modello di videocamera. Con lo slogan “For selfportraits. Not selfies” (per realizzare autoritratti, non selfies) numerosi artisti da Frida Kahlo a Vincent Van Gogh si sono visti trasfigurati in una versione super moderna. 

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Campagna pubblicitaria Samsung. La Frida di “Autoritratto per il dottor Eloesser” è intenta a realizzare un autoscatto. ©Samsung Group

 

Quelli di Frida non sono da considerarsi però meri autoritratti finalizzati a delineare particolari canoni estetici, né sono tutti identici fra loro. Ogni singola opera è pregna di significato e di una simbologia ben precisa che li rende unici nel riflettere le diverse tappe dell’esperienza artistica ma soprattutto umana della pittrice.  

Ripercorriamo in una breve selezione di dipinti le diverse fasi della vita di Frida.

AUTORITRATTO CON VESTITO DI VELLUTO, 1926.

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Nel 1926 Frida dipinse uno dei primi autoritratti, autoritratto con vestito di velluto, che donò al fidanzato di allora Alejandro Gomez Arias. Dopo l’incidente che li aveva coinvolti entrambi Alejandro partì per l’Europa; inviò a Frida libri d’arte e rimase in contatto con lei per via epistolare, raccontandole le esperienze che viveva e le cose che aveva la possibilità di ammirare. Come riporta S. Grimberg, in una di queste lettere le parlò della Venus Pudica del Botticelli che lo aveva tanto ammaliato e pare che la pittrice per compiacerlo abbia realizzato un dipinto ricalcandone lo stile. Frida si ritrae però in maniera tutt’altro che pudica ma soprattutto in una postura non casuale. I critici hanno notato, infatti, che la posizione del braccio da un lato enfatizza, in una posa sensuale, il seno, dall’altro risulta innaturale. Secondo gli esperti Frida si sarebbe ispirata alle pose ricorrenti nei ritratti popolari ottocenteschi, dove il braccio piegato ad angolo retto all’altezza del gomito era funzionale a reggere un oggetto e se steso verso sinistra a sostenere un bambino. 

A conferma di tale scelta consapevole vi è una lettera che la pittrice inviò ad Alejandro Gómez Arias, nella quale faceva riferimento al suo ricovero dopo l’incidente e a un figlio immaginario, Leonardo, nato nel 1925 nell’ospedale della Croce Rossa, il cui battesimo era avvenuto a Coyoacán nell’agosto dell’anno seguente.  La pittrice quindi al momento della realizzazione del dipinto pensava al proprio desiderio di maternità. 

Il dipinto fu custodito da Gómez Arias fino alla sua morte nel 1990, così come Frida le aveva raccomandato: appeso all’altezza degli occhi perché i loro sguardi potessero incrociarsi sempre e non si dimenticasse mai di lei. 

AUTORITRATTO CON COLLANA, 1933.

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Negli anni ’30 del 1900 Frida Kahlo e Diego Rivera si trasferiscono per quattro anni negli Stati Uniti, a causa di alcuni incarichi affidati a quest’ultimo. Dapprima a San Francisco, successivamente si spostano a New York e poi a Detroit.  Questa fase della vita di Frida è ricca di emozioni contrastanti; da una parte l’apertura all’influenza di nuovi luoghi e nuove persone conosciute durante il percorso, dall’altra la nostalgia degli ambienti a lei più familiari e la solitudine, mentre il marito intratteneva molteplici relazioni extraconiugali. 

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Frida al Barbizon Plaza Hotel di New York, immortalata in uno scatto di Lucienne Bloch.

In questo autoritratto la pittrice si mostra sicura di se, mentre indossa una collana di perle di giada, verosimilmente dalla sua collezione di oggetti precolombiani. Il volto subisce una visione ravvicinata, dove ogni dettaglio è reso con estrema minuziosità dalla discriminatura centrale dei capelli, al pizzo della blusa.

Il dipinto sembrerebbe risalire al momento in cui la coppia Rivera-Kahlo si trovava negli Stati Uniti, come si potrebbe dedurre da una foto che l’assistente di Diego, Lucienne Bloch, scattò a Frida insieme al quadro appeso alla parete della stanza del Barbizon Plaza Hotel di New York. 

Ci si trova di fronte qui ad una Frida molto giovane, in un periodo relativamente felice dal punto di vista personale e prolifico da quello artistico.  

 

IO E LA MIA BAMBOLA, 1937.

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In questo autoritratto Frida assume un atteggiamento austero e fisso, seduta su un letto da giorno accanto alla sua bambola, rivolge lo sguardo allo spettatore mentre fuma una sigaretta. L’ambiente è asettico e spoglio; si percepiscono unicamente il verde della gonna, il giallo del letto, il grigio del muro, il rosso mattone del pavimento e l’ambrato dell’incarnato della pittrice, che si dipinge qui di un colore più scuro rispetto agli altri autoritratti. Una cromia ben studiata, probabilmente a risaltare la sua figura e la connessione con il Messico indigeno.  Anche la bambola che siede accanto a lei sembra in posa per volersi confrontare con l’osservatore, pur mantenendo la stessa austera immobilità. Gli studiosi hanno voluto leggere, resa in quest’opera, il conflitto tra l’artista e il suo desiderio di avere figli.  

La bambola e la sua proprietaria non sembrano avere nulla in comune, la pittrice mantiene uno stato di stoica impassibilità come se l’oggetto non esistesse. Una maternità negata.

 

AUTORITRATTO CON TRECCIA, 1941.

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Autoritratto con treccia viene realizzato poco dopo il secondo matrimonio con Rivera. Dopo la relazione di Diego con la sorella di Frida, Cristina, e il divorzio i due si sposano nuovamente l’8 dicembre del 1940 e tornano ad abitare nella Casa Azul di Coyoacán, da sempre casa della famiglia Kahlo. 

La pittrice si rappresenta nuda contro un sfondo chiaro ed opaco. Indossa solo una collana, del tipo che era solita portare, ed è coperta da due grandi foglie di acanto i cui rami avvolgono l’artista oltre le spalle. Sulla testa i capelli sono acconciati in una treccia racchiusa da sottili fili di lana, tradizione del Sud del Messico, a formare un enorme otto. 

I critici hanno evidenziato come la lettura di questo autoritratto sia da intendersi come espressione della ciclicità e dell’infinito. L’acanto da sempre è una pianta che viene interpretata in tal senso, ricrescendo dai propri resti anche quando tagliata dal terreno; l’acconciatura stessa assume la forma allungata ad otto, simbolo matematico dell’infinito. Pare che in questa fase della propria vita Frida vedesse riemergere vecchi problemi, antichi demoni con i quali cerca di lottare e ai quali è completamente esposta.

La treccia vuole quasi essere funzionale alla recitazione di una formula magica che possa risolvere ogni cosa.

 

AUTORITRATTO CON IL RITRATTO DI DIEGO SUL PETTO E MARIA TRA LE SOPRACCIGLIA, 1953-54.

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Questo autoritratto viene eseguito poco prima della morte della pittrice. Le ultime opere sono caratterizzate da una pennellata meno definita, dalle forme più sfocate a causa delle sofferenze fisiche dell’artista. Nonostante tutto non viene meno la complessità concettuale e simbolica dei dipinti. Sullo sfondo di  un ampio paesaggio montano si staglia in primo piano la pittrice, affiancata da uno dei suoi cani che le pone una zampa sulla spalla con fare protettivo. Sul petto si trova un immagine di Diego Rivera, mentre tra le sopracciglia è raffigurata l’attrice Maria Felix che era stata causa di rottura del rapporto tra Frida e il marito che aveva chiesto per lei il divorzio. La stessa Felix infine aveva messo fine alla sua relazione con Rivera, dopo che Frida rese nota la situazione sui giornali, temendo uno scandalo per la propria carriera. 

Una breve carrellata è stata sufficiente per dimostrare come gli autoritratti non siano in realtà tutti uguali ma nascondano un’ampia gamma di simboli e concetti legati alla vita personale dell’artista e al contesto culturale cui apparteneva.

Forse anche i nostri selfies un giorno diventeranno arte!! 😀

Pubblicato da Francesca Scarioli

Mi chiamo Francesca e sono un’archeologa specializzata in arte azteca presso l’Università di Bologna. Alas Para Volar è la mia casa, dove condivido con il mondo la mia passione per la cultura messicana, nell’intento di poterla diffondere soprattutto in Italia, dove spesso poco si conosce di questo meraviglioso paese.

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